Pagine di storia della fotografia (2)       

Marco C. Antonetto

aggiornamento del   25/11/2007

·     ·     Gli apparecchi fotografici e le ottiche per la dagherrotipia e la calotipia

 

L’apparecchio fotografico deriva dalla camera oscura ed il primo ufficialmente messo in commercio è stato l’apparecchio per dagherrotipia di Giroux-Daguerre, nell’agosto 1839. Il formato di tale apparecchio era di 16,5x21,6 cm.

L’ottica, un menisco acromatico (vedi) era fabbricata da Charles Chevalier, con un’apertura di circa F:14 e la lunghezza focale di 394mm.

Gli ultimi apparecchi che Talbot fece costruire nel 1839 avevano al massimo il formato di 12,7x17,8 cm. In seguito Talbot si rivolgerà a C. Chevalier che gli fornirà alcuni apparecchi a placca intera e con ottica acromatica.

 

Ottica acromatica: specifica per riprese di paesaggio ed architettura, formata da due lenti incollate: la prima, quella rivolta verso il lato frontale, è biconvessa ed è di vetro crown; è cementata con una seconda, di vetro Flint, che è biconcava. I due differenti tipi di vetro riducono al minimo l’aberrazione cromatica.

 

Il formato standard in fotografia (dagherrotipia) divenne sin dall’inizio quello della macchina di Daguerre-Giroux, ossia il 16,5x21,6 cm che prese il nome di placca (o meglio di placca intera). Gli altri formati per la dagherrotipia erano dei sottomultipli della placca intera: Almeno il 90% degli apparecchi per dagherrotipia prodotti erano di formato inferiore alla placca intera. La focale standard dell'ottica per gli apparecchi dagherrotipici a placca intera divenne circa 380mm e la focale standard per formati di placca inferiori era circa il doppio del lato lungo della lastra.

In Inghilterra e di conseguenza negli Stati Uniti, le misure standard della placca intera erano espresse in pollici e non coincidevano esattamente con la placca di Daguerre; variavano infatti  dal 61/2 in. x 71/2 in. al 7 in. x 9 in. (17.78 x 22.86cm) a seconda dei costruttori.

Nota: Con la fine del XIX secolo, in Europa,  il formato della “placca” divenne 18x24cm e gli altri formati furono approssimativamente dei multipli o sottomultipli del 18x24. Negli Stati Uniti invece il la “placca”  crebbe di un pollice divenendo 8 x 10 in. che in effetti equivale ad 20,32x25,40 cm.

 

Il formato più grande in dagherrotipia è quindi la placca intera. L’impiego principale del dagherrotipo divenne ben presto quello del ritratto per cui formati superiori, più adatti per la fotografia architettonica, non furono sviluppati. Esistono rarissime eccezioni e proprio legate a quest’ultima tipologia: l'eccezione più nota è quella di Joseph P. Girault de Prangey che usava dagherrotipi di 19,5x24,7 cm. (91/2 x 73/4 in.). Lo stesso formato che utilizzo' poi anche H. F. Talbot e Calvert R. Jones. Un'altra eccezione è quella dell’apparecchio per dagherrotipi panoramici 120x380mm, la Megaskop di Friederich von Martens, del 1844. 

 

Hippolyte Bayard, ai suoi esordi fotografici con il suo procedimento positivo diretto su carta, era totalmente slegato da ogni relazione con Daguerre e realizzava le sue prove con una vecchia camera oscura, adattata per la sua nuova tecnica di riproduzione, che dava stampe quadrate 19,5x19,5 cm.

In effetti, la tradizionale "Camera oscura" utilizzata dagli artisti per il disegno non era adatta alla fotografia: il piccolo obiettivo e lo specchio messo a 45 gradi in fondo all'apparecchio non avrebbero permesso alla luce di impressionare la lastra per cui veniva modificata da chi non voleva o poteva acquistare un apparecchio di Daguerre.  Il frontale veniva privato della piccola ottica da disegno in favore di una più grande e quindi luminosa e cromaticamente corretta,  si toglieva lo specchio posteriore e si sostituiva il dorso fisso con una doppia guida in cui scorreva un vetro smerigliato (detto allora "vetro appannato"). Ben presto però ci si accorse che modificare una Camera Oscura era più laborioso, costoso ed impreciso che acquistarne una costruita ad hoc; già dal settembre del 1839, oltre ai parigini Susse e Giroux, alcuni ottici proponevano nelle loro vetrine, o in quelle dei negozi di "Belle Arti", apparecchiature per produrre dagherrotipi.

E' interessante notare che nei primi 5 o 6 anni la forma degli apparecchi è piuttosto varia. I fabbricanti tentarono varie strade costruttive, vennero fatte forme con cassette quadrate, cassette rettangolari e cassette con angoli smussati; altri avevano forma conica o cilindrica ed erano specialmente in metallo; alcuni mostravano un accenno di soffietto in luogo della doppia cassetta, altri erano muniti di cerniere sui lati in modo da poter ripiegare lo strumento come fogli di carta; ancora vennero prodotti apparecchi che non utilizzavano un obiettivo frontale bersi l'immagine era catturata da uno specchio concavo che la riversava direttamente sulla lastra di peltro. A tal proposito ricordo l'apparecchio dell'americano A. Wolcott e sembra che anche il fotografo italiano Stefano Lecchi abbia vantato la costruzione di una simile apparecchiatura.

 

Sia i collezionisti che gli storici della fotografia non si sono mai veramente resi conto che già subito i proto-fotografi - specialmente i dilettanti - tentarono con uguale impegno sia la fotografia sulla lastra argentata che quella su carta. La prima era meglio assistita da manuali pratici che descrivevano le operazioni, ma era molto difficile per le svariate e delicate manipolazioni. La seconda era assai più facile ed intuitiva ma mancavano, grazie alla volontà di Talbot, istruzioni chiare e sicure su come operare. Invero una prima descrizione abbastanza esaustiva del metodo fu fatta da Talbot stesso a Jean-Baptiste Biot e da lui resa nota nel giugno 1841; in seguito la lettera fu inserita nella maggior parte dei trattati di fotografia apparsi da quella data in avanti e tradotti in molte lingue. Nonostante comunque la mancanza di nuove fonti di informazioni sul metodo di Talbot,  i dilettanti che si appassionarono ed utilizzavano al calotipia erano molti più di quel che non si creda, specialmente in Francia ma anche in Gran Bretagna, e non mancavano in Italia ed in Germania. Per la sua peculiarità di essere meno sensibile del dagherrotipo e per la maggior praticità di impiego, i fotoamatori (mi sia consentito questo termine moderno) preferivano la carta per le riprese di paesaggi, inoltre la granulosità resa dalla fibra della carta stessa dava all'immagine un effetto piacevolmente pittorico e quindi più vicino al gusto dell'epoca ma in netto contrasto con la nettezza e precisione del dagherrotipo. Era invece dei professionisti l'impiego del dagherrotipo per i ritratti.

Per la calotipia si adoperava lo stesso apparecchio che veniva utilizzato per la dagherrotipia, la macchina operava allo stesso modo per le due tecniche; l’unica eventuale differenza poteva venir data dalla profondità del porta-lastre in quanto il negativo di carta poteva essere pressato tra due vetri e quindi, in tal caso, si poteva avere bisogno di uno spessore maggiore, ma questo era solo uno dei metodi per caricare l'apparecchio con il negativo di carta ed era cosa abbastanza irrilevante.

 

Dal momento che Henry Fox Talbot - avendo brevettato la fotografia su carta - non autorizzava l’utilizzo professionale del procedimento calotipico se non dietro pagamento di una costosa licenza, nei primi sette/otto anni dall’invenzione non vi furono praticamente sviluppi e migliorie al metodo che aveva l’inconveniente di essere poco sensibile.  In questi primi anni, veramente pochi  furono i fotografi che utilizzarono professionalmente la fotografia su carta, alcuni francesi ed americani che aprirono atelier di ritratto ebbero scarso successo dovuto alla minore bellezza dell'immagine e presto lo abbandonarono, c'è anche chi falli' a causa delle alte royalties che doveva versare a Talbot . Vi erano inoltre alcuni turisti fotografi, alcuni dei quali in seguito diverranno professionisti, che operavano la fotografia paesaggistica, per lo più per diletto personale (cosa che non pregiudicava il brevetto do Talbot). Questi ultimi chiamavano le loro apparecchiature col termine "camera oscura" o "apparecchio al dagherrotipo" o "dagherrotipo" anche se erano usate per il negativo di carta;  all'inizio le dimensione dei negativi di questi proto-fotografi erano sempre di origine dagherrotipia, ossia derivavano dalla placca dagherriana.

 

In seguito alcuni calotipisti cominciarono ad produrre prove appena più grandi dello standard ed avevano necessità di usare il porta-lastre anche in orizzontale, per riprese paesaggisticheIntorno al 1845, sia Henry F. Talbot che Rev. Calvert R. Jones ed anche Hill &Adamson, che avevano sempre usato apparecchi più piccoli, cominciano a produrre calotipi di formato uguale o anche maggiore della placca daguerriana.

Talbot e Jones, in strettissimo contatto tra loro, produssero diverse immagini appena un paio di centimetri oltre lo standard dagherrotipico: Talbot arrivo' a produrre calotipi del formato massimo di 19,5x24,7cm (73/4 x 91/2 in.).  Calvert R. Jones scriveva a Talbot dall’Italia, nel 1845, che stava usando indifferentemente i due apparecchi, quello piccolo e quello grande; il Reverendo infatti era partito per l’Italia con le due apparecchiature, una vecchia più piccina (come una di quelle di Talbot e quindi di circa 13x18cm) ed una nuova grande, anch'essa come quella nuova di Talbot.

In origine le apparecchiature definite “grandi” non erano necessariamente costruite “oversize”, bensì sfruttavano appieno il formato del porta-lastre togliendo la cornice interna di supporto alla lastra e che ne determina il formato o addirittura utilizzavano, come supporto del calotipo, il vetro smerigliato.

Il porta-lastre tradizionale, a placca intera, a cui viene tolto il riquadro su cui appoggia la placca argentata, diventa circa 19,0 x 24,0 cm (71/2x91/2 in.). Facendo aderire invece il calotipo umido sulla parte interna del vetro smerigliato si ottiene un formato leggermente minore che corrisponde circa al 18,2x23,7 cm. Le misure da me riportate possono variare da apparecchio ad apparecchio ma in ogni caso l'incremento del formato risulta evidente e dimostra che l'apparecchio per calotipia era comunemente per placca intera dagherrotipica ma che poteva venir sfruttato variando il modo su cui appoggiare il negativo.

 Ben presto il nuovo maggior formato viene utilizzato da molti altri calotipisti in Inghilterra e non solo.  Anche Luigi Sacchi intorno al 1845-46, all’inizio della sua carriera di fotografo, utilizza anche un formato analogo, il 18.4x23.4 cm, a comprova che tale grandezza prende sempre più piede fino ad imporsi come nuovo standard per la fotografia calotipica con la denominazione inglese di “8x10 In.” Comunque il classico formato dagherrotipico, a placca intera,  rimarrà ancora prodotto per diversi anni con il nome di “6,5x8,5 in.” 

David Octavius Hill e Robert Adamson invece, che normalmente utilizzavano un formato quasi quadrato originato da apparecchio di formato dagherrotipico 6,5x8,5 in., qualche volta usarono una camera oscura fattasi costruire apposta, per calotipi 24,1x29,2 (Gernsheim Collection) ed inoltre produssero, nel 1845, alcune vedute molto grandi: 29,5x37,8 cm.

 

Quando Blanquart-Evrard, nel 1847, rese pubblico il suo procedimento calotipico umido, molto più rapido rispetto al procedimento originario di Talbot, cominciarono a rivelarsi alcuni fotografi professionisti che utilizzano la calotipia per riprese paesaggistiche e architettoniche. Cadevano nel frattempo anche i brevetti di Talbot sotto le richieste della Royal Photographic Society. In poco tempo questi fotografi aumentano, viaggiano per il mondo e necessitano di "camere oscure" più leggere e che permettano loro negativi di sempre maggiori dimensioni. Con essi e per le loro esigenze comincia a cambiare la forma della macchina per calotipia, il corpo si abbassa e si allarga, in altre parole passa da rettangolare verticale a quadrato, in modo da poter eseguire più agevolmente sia immagini verticali che orizzontali.

 

A cavallo della metà del secolo, intorno al 1848/50, alcuni produttori di apparecchi fotografici, anche su richiesta degli artisti, cominciarono a proporre di loro iniziativa grandi apparecchi, prima ancora a cassette scorrevoli, alcuni dei quali sono completamente ripiegabili (hanno i lati incernierati tra loro) per facilitarne il trasporto, e poi - sembrerebbe comunque dopo il 1850 – presero piede i più leggeri e pratici apparecchi a soffietto: le cassette dell’apparecchio tradizionale sono sostituite da un soffietto quadrato alle cui due estremità sono fissati il frontale, su cui è fissata l’ottica, ed il corpo posteriore, piuttosto spesso, che contiene il vetro smerigliato o il porta-lastre. I due corpi sono tenuti assieme da una base di legno, incernierata o assicurata al frontale della camera. La classica “sliding-box camera” non va pero'  in pensione, rimane in produzione ancora per una decina d’anni specialmente nei formati 8x10 e 6.5x8.5 in..

Queste nuove grandi apparecchiature fotografiche hanno i due corpi rettangolari o quadrati, le migliori sono anche reversibili per poter riprendere fotografie orizzontali o verticali, oppure hanno il porta-lastre girevole e comprendente le riduzioni per poter effettuare riprese in vari formati senza spostare l’apparecchiatura; inoltre hanno di solito il pannello porta-ottica scorrevole (spostabile generalmente solo in altezza o in larghezza) per ridurre la fuga delle linee prospettiche.  Per usufruire appieno di questi optional bisognava però utilizzare un obiettivo che potesse variare la lunghezza focale tipo il “Photographe à verres combinés” di Charles Chevalier o l'Improved Compound Achromatic di Horne, Thornthwaite.

 

Le Photographe à verres combinés” di C. Chevalier. Si tratta di un obiettivo, doppio acromatico, costruito nel 1840, formato da due corpi in ottone che potevano venire utilizzati uniti assieme o separatamente. Il gruppo posteriore - essenziale e che era quello che si fissava all’apparecchiatura - era un acromatico ed era adatto per il paesaggio; ad esso si poteva aggiungere un elemento anteriore che rendeva l’obiettivo idoneo per la ritrattistica con una luminosità di ben f:4,9. Erano inoltre disponibili più elementi anteriori tra cui scegliere per modificare la lunghezza focale e poteva pure fungere per avvicinare le architetture lontane. (Il concetto di teleobiettivo ancora non esisteva).  Quest’ottica ebbe un tale successo che venne prodotto fino al 1859 dai successori di Chevalier, Jamin e Darlot.

 

Improved Compound Achromatic di Horne, Thornthwaite. Questo obiettivo, costruito presumibilmente a partire dal 1845, ha anch'esso la prerogativa di adattarsi alla fotografia di paesaggio e di ritratti.  In origine formato da due gruppi acromatici per riprese "long focus" ossia paesaggi, quando veniva privato del gruppo acromatico posteriore ed avvicinando il gruppo anteriore al piano focale tramite l'inversione della montatura, si otteneva un "short focus" adatto al ritratto.

Al contrario dell'ottica di Chevalier, Horne & Thornthwaite utilizzavano il doppio acromatico di lunga focale e l'acromatico semplice come focale corta.

 

In questo primo periodo della storia della tecnica della fotografia i costruttori inglesi furono molto attivi e si imposero in questo genere di apparecchiature. A partire dalla metà degli anni 40 dell’Ottocento e per una ventina d’anni almeno, diversi fabbricanti londinesi (tra cui Ross, Ottewill, Horne, Thornthwaite ecc.) offrivano ottime apparecchiature fotografiche, normalmente in legno di mogano, per ogni tipo di portafoglio. Spesso erano proposte incluso un corredo da principiante e potevano essere acquistate sia per dagherrotipia che per calotipia e dal 1850 anche per lastre - all'inizio si trattava delle lastre albuminate di Niepce de St.Victor ed in seguito anche per il collodio umido; la differenza era sostanzialmente data dal contenuto dei prodotti chimici e degli accessori per il trattamento della carta, della placca o della lastra. Sostanzialmente la macchina fotografica era la stessa, solo in caso di attrezzature molto costose emergevano differenze costruttive per i due metodi, come gli sgocciolatoi dei porta-lastre (collodio umido) o listelle d’argento poste ai quattro angoli del portalastre (dagherrotipia e calotipia) o altre piccole finezze. Anche le ottiche potevano essere acquistate assieme all’apparecchiatura, una vasta scelta comprendeva lenti semplici o acromatiche per paesaggio, doppietti per ritratto o per entrambe le tipologie; si trattava in questo caso sempre di lenti di costruttori inglesi (Ross, Dallmeyer, Horne Thornthwaite ecc.) che non avevano in effetti nulla da invidiare ai vari francesi Chevalier, Lerebour, Jamin ecc.

Evidentemente anche la Francia forniva ottime attrezzature ma al contrario di quelle inglesi queste erano ancora fabbricate, se si esclude il grande atelier di Charles Chevalier,  da piccoli laboratori che spesso non firmavano il loro lavoro. Lo stesso dicasi dei rari minusieri italiani - l'unico di cui si conoscono "camere oscure" originali è Enrico Federico Jest, ottico e macchinista della Regia Università di Fisica a Torino - che si erano perfezionati (si fa per dire, in quanto ne costruirono veramente poche ciascuno) anche nella realizzazione di apparecchi a cassette scorrevoli o pieghevoli con soffietto. Altri due fotografi e presunti macchinisti, Duroni con negozio a Milano e Suscjpi a Roma, vantavano la costruzione di camere oscure per la fotografia; di essi pero non si conosce alcun apparecchio ed esiste il dubbio che facessero solo la commercializzazione di Dagherrotipi (dove per "Dagherrotipo" si intende l'apparecchio fotografico per riprese sia su placca che su carta).

Dagli inizi del 1860, con i maggiori risultati che poteva dare la tecnica del collodio e specialmente con una più facile raccolta di informazioni sul metodo fotografico, cominciarono anche i Francia, Germania, Italia ed Olanda a nascere artigiani realmente specializzati ed alcuni in poco tempo aprirono i loro negozi al pubblico mentre sul retro avevano il laboratorio.

 

 

 

Riconoscimento delle prime apparecchiature fotografiche

 

Ho detto che tutti i costruttori di "dagherrotipi", non facevano praticamente distinzioni costruttive tra le due prime tipologie fotografiche. Questi artigiani in genere consigliavano, ma non era una regola, le apparecchiature più semplici per la fotografia su carta e gli apparecchi più costosi o sofisticati per la fotografia su lastra argentata. Discorso logico dettato dal maggior costo per l'attrezzatura dagherrotipica e la maggior difficoltà d’esecuzione; la calotipia era quasi vietata, forse tollerata sarebbe più adatto, ma più semplice ed immediata.

Prendendo ad esempio il catalogo di apparecchiature fotografiche e preparazioni chimiche di Horne, Thornthwaite and Wood, edito a Londra nel 1851, troviamo ben sei differenti "photographic cameras" con prezzi che variano da 1,10 sterline a ben 22 sterline. La  "camera Nr. 1" è talmente semplice che la ditta non specifica neppure a cosa possa servire; la Nr. 3 (costa meno della Nr. 2) ha il corpo quadrato formato da una sola cassetta ed è corredato da un'ottica acromatica, costa £3,30 ed è consigliato per "glass, plates or paper". La Nr. 2 costa già £4,40, è denominata Cundell's Camera (dal nome dell'ideatore) ed ha la prerogativa di essere a due corpi, ossia due cassette di cui la frontale più piccola che scorre stranamente dentro quella posteriore. L'ottica però è a buon mercato, si tratta di un meniscus; la Nr. 2 è consigliata "for obtening pictures on paper" ed é di formato 7x6 in. ossia per placca intera. La Nr.4 è invece un apparecchio a corpo fisso montato su una lunga tavoletta e provvisto di ottica pregiata, il Compound Achromatic lens. Viene proposto per "the daguerreotype and glass processes" e, nel formato più grande che è il 61/2 x 43/4  costa £12,12.

Gli ultimi due sono apparecchi assai particolari: il Nr. 5 ha il corpo composto da due cassette d’uguale formato la cui posteriore scorre dentro un'appendice di quella anteriore (lo scorrimento delle due cassette permette la messa a fuoco del soggetto a seconda della distanza che esso è dall'obiettivo). L'apparecchiatura ha forma rettangolare, è adatta sia per riprese di paesaggio che ritratti, ha quindi due diverse posizioni per essere avvitata al cavalletto, ha il portalastre munito di doppia serranda ed "adapted for the daguerreotype, calotype and glass processes" ed è corredato infine dal famoso Compound Achromatic lens. Il costo, nel formato a placca intera é di ben £20,00. L'ultima apparecchiatura ad essere proposta, la "Horne and Co.'s Improved Folding Portable camera" è costruita specificatamente per turisti e viaggiatori, è leggera il più possibile e di dimensioni abbastanza ridotte in quanto (come "Le Photographe" di Charles Chevalier) è ripiegabile mediante cerniere poste sui due lati laterali. L'apparecchio una volta chiuso sta dentro una sacca in pelle, ottica compresa. L'ottica può essere semplice o sofisticata, in questo caso montata sul frontale mobile in modo che possa effettuare piccoli aggiustamenti della parallasse. Da ultimo usa un doppio portalastre speciale, ideato da Horne, per poter accogliere due fogli di carta sensibilizzata oppure una lastra di vetro albuminata. Il prezzo varia tantissimo in funzione dell'ottica e del formato e va da solo £4.40 con il semplice Meniscus e con il dorso semplice per calotipia, fino a £22.00 nel formato 9 x 7 in. ottica Compound Achromatic con frontale decentrabile e portalastre doppio per calotipia o lastra di vetro.

 

E' quindi difficile distinguere un’apparecchiatura per dagherrotipia da una per calotipia ed ancora da una primordiale usata per lastra di vetro; anzi, spesso la stessa macchina ha prima lavorato con un metodo ed in seguito il fotografo la ha poi impiegata con il più moderno sistema al collodio.

Uguale o forse maggiore difficoltà riguarda al riconoscimento di una "camera oscura" per placca dagherrotipica  da una per negativo di carta. Può quindi aiutare l’esperto a classificare l’apparecchio sia la propria cultura dei processi fotografici, sia la conoscenza dei particolari costruttivi e tecnici dell'epoca, che le considerazioni che si possono fare per mezzo della scarsa documentazione dell'epoca.

 

In sostanza possiamo riassumere che l’apparecchio fotografico aveva la stessa struttura sia per il procedimento di Daguerre che per quello di Talbot, anzi come ho precedentemente dimostrato, poteva essere impiegato per le due tipologie fotografiche senza alcun adattamento; all’inizio, e vale a dire fino al 1846/47 (Blanquart-Evrard), essendo la calotipia praticata normalmente da fotoamatori, che la utilizzavano principalmente per fotografia paesaggistica, veniva usata generalmente un'apparecchiatura semplice, economica, di grande formato che andava dalla mezza placca alla placca intera, il più delle volte costruita ad un solo corpo (senza allungamento) e con la messa a fuoco fatta esclusivamente tramite l’obiettivo semplice (menisco o acromatico); opzione quasi fondamentale era che la "camera" o il portalastre, avessero la possibilità di venir girati di 90° per le riprese orizzontali. (cfr. Robert Hunt, Glasgow, 1841; W.H. Thornthwaite, London 1845.) Gli apparecchi dagherrotipici costruiti dopo il 1845 circa, essendo  quasi sempre usati per la fotografia ritrattistica, nascevano normalmente con il portalastre verticale, era raro che lo stesso si potesse ruotare; spesso anche la struttura del corpo risultava verticale. Quando si trovano apparecchi a cassette scorrevoli con il corpo quadrato o addirittura appena orizzontale, questi potrebbero essere stati costruiti principalmente per la calotipia o per entrambi i procedimenti.

Alcuni apparecchi inglesi a due corpi (cfr. Cundell),  nati appositamente per la fotografia su carta, si distinguevano per avere la prima cassetta (quella frontale) più piccola e rientrante nella seconda, mentre gli apparecchi dagherrotipici avevano sempre la cassetta frontale grande che accoglieva la cassetta posteriore più piccola o di uguali dimensioni.

Anche la presenza di piccoli decentramenti del frontale, specialmente per apparecchiature ante 1855 in quanto con l'avvento del collodio il decentramento diventa comune,  possono indurre ad un'attribuzione calotipica dell’apparecchio.

La presenza di tracce di nitrato d’argento all’interno del portalastre non debbono fuorviare, esistevano processi calotipici che utilizzavano carta umida e quindi imbibita di AgNO3. Si trovano tracce nere d’argento comunque anche negli apparecchi per dagherrotipia. Le macchie di collodio sono normalmente molto abbondanti ed i portalastre per il collodio non dovrebbero mai avere i classici angolini in argento. In effetti la prerogativa delle barrette d’argento poste ai quattro angoli dei portalastre dagherrotipici e calotipici sembra essere prerogativa delle apparecchiature inglesi.  Da ultimo bisogna tener conto del formato, come ho più volte sottolineato, i dagherrotipi erano spesso di piccole dimensioni, raramente arrivavano al 16,5x21,6 cm, i calotipi erano invece di grandi dimensioni e raramente il metodo era impiegato per ritratti.

 

 

 

Marco Antonetto, il 25/11/2007