Pagine di storia della fotografia (1)        di Marco Antonetto, il 20/08/2007

 

·     Note sulla preparazione e sull’uso del negativo si carta  (Disegno fotogenico e calotipo).

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·      Note sulla preparazione e sull’uso della stampa positiva su carta (carta salata, salt-print) e la sua evoluzione tecnica verso la stampa su carta albuminata.

 

 Disegno fotogenico, dal 1833. Photogenic Drawing.

Talbot immergeva la carta in una debole soluzione di cloruro di sodio e poi, una volta asciugata, la immergeva in una soluzione concentrata di nitrato d’argento. Le due reazioni chimiche portavano ad includere nella struttura della carta del cloruro d’argento, sale sensibile alla luce ma insolubile in acqua.

Talbot esponeva i suoi oggetti (foglie, pizzi, piume ecc.) mettendoli a contatto sopra la carta sensibilizzata e poi esposti alla luce del sole. A poco a poco la carta si anneriva alla luce (annerimento diretto) dove non era protetta dall’oggetto formando l’immagine negativa dell’oggetto prescelto. Talbot chiamava queste prove “schadowgraphs”.

Per fissare il risultato, quando l’annerimento raggiunto era giudicato ottimale, Talbot immergeva la carta auto-sviluppatasi alla luce, in una soluzione concentrata di cloruro di sodio o di ioduro di potassio. Il risultato rendeva quasi completamente – ma non del tutto –  insensibili alla luce i sali d’argento che non si erano precedentemente anneriti. La maggior parte dei disegni fotogenici sono oggi quasi completamente dissolti.

Talbot poteva ottenere anche positivi dei suoi Photogenic Drawings rendendo la carta il più possibile trasparente (l’impiego della ceratura della carta avviene intorno al 1840 credo) e poi ripetendo l’operazione usando la prima immagine “negativa” a contatto con un nuovo foglio di carta sensibilizzato che avrebbe dato l’immagine “positiva”.

Proprio per mezzo dell’utilizzo del processo “negativo/positivo” Talbot comincia (1835 o prima) a fissare immagini utilizzando una camera oscura.

 

 

Negativo: Calotipia - Calotipo, dal 1841, perfezionamento del Photogenic Drawing (disegno fotogenico).

Talbot si rese conto, intorno al 1841, che  una esposizione alla luce molto più breve cambiava le caratteristiche chimiche dei sali d’argento e gli stessi potevano quindi venire ridotti molto più brevemente in argento metallico con un ulteriore trattamento chimico. In pratica ottenne con la diminuzione del tempo di posa una amplificazione del risultato usando uno sviluppatore (rivelatore) dopo l’esposizione della carta; infatti solo pochi atomi sono ridotti in argento metallico dall’azione diretta della luce, ma decine di migliaia di atomi sono ridotti in argento metallico in virtù dello sviluppo. Talbot introdusse cosi´ il principio dell’immagine latente.

Procedimento: la preparazione del negativo calotipico avviene immergendo in successione il foglio di carta in una soluzione di nitrato d’argento ed in una di ioduro di potassio. Si forma dello ioduro d’argento, relativamente stabile e la si può lasciare asciugare e riporre al buio per alcune settimane; al momento di utilizzarla, si lava quindi la carta sensibile con una soluzione di acido gallico e nitrato d’argento (soluzione chiamata da Talbot “gallo-nitrato d’argento”) che  rende la carta altamente sensibile alla luce.

Con tale formula si otteneva un tempo d’esposizione estremamente più breve del Photographic Drawing, circa 8-10 secondi con buona luce.

A questo punto, una volta esposta la carta negativa nell’apparecchio fotografico – contrariamente al precedente procedimento del disegno fotogenico in cui avveniva lo sviluppo in piena luce – si immerge la carta esposta in un bagno della stessa soluzione (gallo-nitrato d’argento) che agisce come rivelatore fisico e fa apparire l’immagine durante l’immersione nel bagno stesso. (immagine latente).

Il fissaggio della carta sviluppata avveniva inizialmente con un bagno di bromuro di potassio e poi, successivamente con una soluzione calda di iposolfito di sodio.

 

 

Positivo: Positivo da Calotipo, dal 1841, perfezionamento del Photogenic Drawing

Per ottenere il positivo si ripete l’operazione utilizzando carta sensibilizzata con cloruro d’argento, ossia il vecchio Photogenic Drawing in quanto il molto più lungo tempo di esposizione non ha importanza ed il risultato da un’apparenza più gradevole.

Nota: Gaudin asseriva (cfr. Trattato pratico di Fotografia, traduzione dal francese di Carlo Jest, Torino 1845) che “la confusione delle immagini è prodotta dalla grana della carta, o piuttosto dallo spostamento delle sue fibre durante la lavatura.”

 

Procedimento per la preparazione della carta salata:

Si utilizza una buona carta collata (ad esempio tipo la francese Canson) il cui formato dovrebbe essere leggermente più grande del calotipo da riprodurre. Si prepara quindi la soluzione di salatura con acqua distillata e cloruro di sodio (o di ammonio). Immergere la carta nella soluzione per circa 5 minuti ed agitarla tenendola con una pinzetta per un angolo. Quindi estrarla ed appenderla per asciugarla. Quando è asciutta può essere riposta in una cartellina per parecchio tempo, al riparo dell’umidità.

La sensibilizzazione della carta salata deve avvenire in ambiente di luce attinica: disciogliere in acqua distillata il nitrato d’argento e  - se si vuole - l’acido acetico glaciale. In tal modo si forma del cloruro d’argento insolubile, che si fissa nella pasta della carta  e che verrà ridotto dalla luce in argento metallico, e del nitrato di potassio o di ammonio solubile che resterà disciolto nella soluzione di sensibilizzazione. Posare la carta, faccia in giù per almeno 5 minuti quindi levarla e porla ad asciugare (lo stesso identico processo viene fatto sia per la carta semplicemente salata che per quella albuminizzata). Una volta perfettamente asciutta riporla in una cartellina, sempre al riparo dalla luce. Il tempo di conservazione dovrebbe essere di circa una settimana, anche più nel caso che l’acido acetico (che funge da conservante) sia stato utilizzato nel giusto dosaggio.

Avvenuta l’esposizione (sovraesposizione), che può essere fatta sia alla luce del sole che alla luce artificiale, è solo questione di tempo, si rimuove la prova dal torchietto e la si immerge nel bagno di fissaggio a base di iposolfito di sodio per 10 minuti, durante questa operazione l’immagine perde tonalità per cui se correttamente sovraesposta in precedenza assume ora la sua giusta esposizione; si passa quindi al bagno di fissaggio (toning bath), la cui formula può variare a seconda del desiderio del fotografo. Rimarrà in questo bagno per il tempo necessario ad assumere la tonalità voluta, potrà restare immerso da 30 minuti fino a 6 ore; si passa ora ad un primo lavaggio in acqua normale e poi la si immerge ancora nel fissaggio per pochi minuti. Infine si fa il lavaggio finale in acqua abbondante, corrente o ricambiata diverse volte dove dovrebbe restare immersa per almeno 24 ore in modo da perdere ogni traccia di iposolfito, causa di ingiallimenti entro breve tempo. Dopo l’accurato lavaggio si fa asciugare l’immagine sotto dei pesi in maniera che resti piana quando asciutta.

 

 

 

Negativo: Calotipia - procedimento di Blanquart-Evrard (dal 1847)

Far galleggiare la carta (o immergerla) in una soluzione di  ioduro di potassio quindi immergerla in una soluzione di nitrato d’argento (operazione invertita rispetto al metodo di Talbot) in modo che i prodotti chimici vengano assorbiti dalla carta ciò che darà poi, in fase di sviluppo, una più ampia scala tonale rispetto al semplice spennellamento di Talbot. Far essiccare la carta e conservare al buio.

Immediatamente prima di utilizzarla, la carta viene sensibilizzata immergendola in una soluzione di nitrato d’argento, acqua distillata e acido acetico, quindi va distesa a faccia in su sopra un foglio di carta umida ed introdotta nello chassis tenendola pressata tra due vetri perfettamente puliti in maniera che la sostengono perpendicolare nella camera oscura.

Tempo d’esposizione di circa un quarto più breve del calotipo.

La carta esposta viene quindi sviluppata in una soluzione di acido gallico e poi fissata con un fissaggio al tiosolfato. Quando asciutta, la carta solitamente veniva cerata per renderla più trasparente per essere usata come negativa.

L’eliminazione dell’acido gallico come sensibilizzante (usato nel metodo calotipico tradizionale) aveva permesso tempi di posa più brevi di circa un quarto e rendeva l’immagine più  chiara (meglio dettagliata).

La carta calotipica tradizionale poteva venir esposta nella camera oscura sia asciutta che secca, la carta di Blanquart-Evrard poteva essere utilizzata solo umida. Per risolvere l’inconveniente Blanquart-Evrard , intorno al 1850, mise a punto un procedimento in cui la carta veniva spalmata con siero di latte ed albume per venire quindi impiegata asciutta. L’inconveniente era una leggera perdita di sensibilità alla luce ma il grande vantaggio era che anch’essa poteva essere preparata in anticipo.

Maxim di Camp imparò tale metodo in Egitto, immergeva la sua carta preparata in una soluzione di albume e ioduro di potassio, dopodiché procedeva come di consueto col metodo secco (negativo cerato in anticipo) insegnatoli da LeGray. Vi era una discreta perdita di sensibilità rispetto al metodo classico ma  il negativo risultava molto più stabile. Egli lo usò solo durante quel viaggio poi passò definitivamente al procedimento umido che gli fu insegnato a Roma.

 

 

Negativo: Calotipia - procedimento di Gouillot-Saguez (dal 1847)

Gouillot-Saguez era un medico e fisico ma anche dagherrotipista-fotografo parigino che intorno al 1846-47 semplifica il sistema di produrre immagini calotipiche rispetto al metodo di Talbot ed anche rispetto a quello di Blanquart-Evrard.

Egli pensava che la carta sensibilizzata (carta iodurata) come descritta da Talbot e B-E poteva essere preparata in anticipo se fossero state prese alcune precauzioni, evitando quindi che il sale (ioduro di potassio) lasciato sulla carta e l’umidità tendessero a rovinare la carta stessa. Il suo metodo semplificato portò a tre miglioramenti: rese più stabile la carta sensibilizzata, eliminò un passaggio e, in ultimo rese più sensibile la carta stessa.

Invece di mettere imbibire la carta prima nella soluzione di ioduro di potassio quindi in quella di nitrato d’argento, essiccarla e poi ribagnarla con una soluzione di aceto-nitrato d’argento appena prima di esporla nella camera fotografica, Guillot-Seguez non effettuava il primo bagno della carta iodata (imbevuta di ioduro di potassio) con il nitrato d’argento ma invece immergeva la carta in una soluzione unica di ioduro di potassio e aceto-nitrato d’argento appena prima di esporla in macchina; in tal modo creava del ioduro d’argento nascente a contatto con un eccesso di nitrato d’argento acidificato che era molto più sensibile alla luce. Egli pubblica il suo metodo nel settembre 1847, tramile l’editore parigino V. Masson, con il titolo “Méthode théorique et pratique de photographie sur papie, par Guillot-Saguez, docteur en medicin de la faculté de Paris.»

Di lui si conoscono, al momento, solo 5 prove positive di qui una presa a Napoli (1846) e Roma tre a Roma (nel 1847). In quel frangente egli venne a contatto (cosa presumibile) con Flacheron e Caneva e sicuramente spiegò loro il suo metodo che è in effetti la base di quel processo umido che Richard W. Thomas chiama il “Roman Process” e che attribuisce ai calotipisti del Caffè Greco e che lui stesso dice di aver utilizzato a Roma con grande successo (The Art Journal, 1852 pp159-160 (cfr. Ghersheim in The History of Photography, p. 145 – Jammes and Parry pp. 179, 180).

 

 

Negativo: Calotipia - Frédéric Flacheron ed il “metodo calotipico romano”

Richard W. Thomas passa informazioni più dettagliate sul procedimento di F. Flacheron a Henry Hunt Snelling il quale nel 1854 lo descrive nel “A Dictionary of photographic art”. Il procedimento deriva dal metodo di Blancard-Evrard semplificato da Gouillot-Saguez ma con un accorgimento per diminuire la sensibilità del calotipo a causa della luce troppo intensa del sud Italia; viene infatti aggiunto KBr (bromuro di potassio) allo KI (ioduro di potassio). Nel testo di H. Hunt Snelling viene anche riportato che Flacheron utilizza preferibilmente la carta inglese della Whatman mentre Caneva preferisce una carta più spessa come la francese Canson. Al termine delle operazioni di sviluppo i negativi vengono cerati ed alcune volte anche ritoccati e mascherati.

Da notare che Giacomo Caneva, nel suo Trattato del 1855 parla del metodo di Guilloz-Saguez e non cita la variante dell’amico Flacheron, forse per tenere per se questo vantaggio dell’esposizione corretta.

 

 

Negativo: Calotipia, procedimento alla carta cerata (LeGray 1851)

Gustave LeGray migliora il negativo calotipico con il procedimento della ceratura che avviene prima della preparazione della carta. Precedentemente, il calotipo veniva spalmato di cera dal lato dell’emulsione prima della stampa in maniera di renderlo più trasparente.

LeGray effettua la ceratura (cera sciolta a caldo e distesa con una spatola sul foglio) quindi si procede immergendo la carta cerata in una soluzione di acqua di riso, lattosio, alogenuri di potassio e di ammonio (bromuro e ioduro); si asciuga la carta e prima dell’utilizzo la si sensibilizza in una soluzione di nitrato d’argento ed acido acetico. La carta poteva essere utilizzata immediatamente, ancora umida oppure rntro ma non oltre due settimane. Il negativo veniva sempre pressato tra due vetri -perfettamente puliti - nello chassis dell’apparecchio.

Lo sviluppo avviene in una soluzione di alcool, acido gallico e nitrato d’argento e dura da 30 minuti a diverse ore; l’operazione si può effettuare fino a circa una settimana dall’avvenuta esposizione.

Sebbene la sensibilità della carta cerata di LeGray fosse circa uguale a quella del procedimento calotipico usuale, l’enorme vantaggio era data da una resa superiore dei dettagli, che si avvicinava parzialmente al procedimento del negativo di vetro alluminato di Niepce di St. Victor.

LeGray tenne segreto il procedimento fino al dicembre del 1851, rilevandolo solo a Henry LeSecq ed a O. Mestral che lavorarono con lui, durante quell’estate, per la Societé Heliographique de France. Dal 1852 viene utilizzato con sempre maggior frequenza specialmente dai fotografi viaggiatori e di architettura che al momento usavano la calotipia.

Il procedimento della lastra di vetro albuminata dava dettagli di una finezza estrema ma per contro era estremamente poco sensibile per cui i tempi di posa erano lunghissimi ed inoltre le lastre di vetro erano pesanti a trasportarsi.

 

 

Negativo -  Abele Nièpce de St. Victor ed i negativi su lastra all’albumina

Claude Félix Abele Nièpce de St. Victor escogita nel 1847 il negativo all’albume su lastra di vetro e ne rileva i dettagli nel giugno del 1848. L’albume (il bianco dell’uovo) - ha la caratteristica di essere normalmente solubile in acqua ma può divenirne insolubile in alcune condizioni come per esempio quando viene addizionato con alogenuri d’argento. Inoltre è trasparente ed ha qualità di debole collante, quanto basta per restare fissato su di una lastra di vetro. Nièpce de St. Victor lo utilizzò dunque come veicolo per far aderire i sali d’argento alla superfice liscia della lastra di vetro.

La preparazione avviene con lo sbattimento a neve dei bianchi dell’uovo assieme alle quantità dosate di ioduro di potassio e cloruro di sodio; si lascia quindi decantare la soluzione fino alla completa scomparsa della schiuma, si filtra e la se deposita con estrema cura sulla superficie del vetro, perfettamente pulito, evitando assolutamente la formazione di bolle d’aria. Si lascia asciugare il sottile strato di albume e sali di potassio e di sodio che rimane perfettamente trasparente. Quindi, alla luce attinica, si sensibilizza la lastra in un bagno di nitrato d’argento: sulla lastra avviene il duplice effetto della formazione di cloruro d’argento – sensibile – e la coagulazione dell’albume che diviene insolubile perché a contatto con l’alogenuro d’argento.

La lastra veniva esposta asciutta ed aveva un tempo di conservazione di circa due settimane e poteva essere sviluppata fino ad una settimana dopo l’esposizione. Dopo l’esposizione la lastra viene sviluppata in una soluzione di acido gallico, lavata, fissata e rilavata in abbondante acqua.

Il vantaggio della lastra di vetro alluminata era dato dalla estrema nitidezza dell’immagine negativa in quanto – usando il vetro in luogo della carta - era stato eliminata la fibra della carta stessa che ne formava una struttura irregolare. Ma l’enorme svantaggio era dato dalla scarsa sensibilità alla luce rispetto al calotipo.

Nièpce de St. Victor rivelò il procedimento completo nel 1848 ma non ebbe molti adepti sia a causa della poca sensibilità alla luce sia a causa dei nuovi brevetti che Talbot non tardò a aggiungere alla calotipia.  L’applicazione maggiore fu nella fotografia architettonica ed in quella delle placche positive di vetro, per proiezione.

 

 

Positivo - Carta da stampa, procedimento di Blanquart-Evrard (dal 1850 ca.) con soluzione di cloruro di sodio ed albume.

Fin dall’invenzione della fotografia, l’ottenimento dell’immagine positiva avveniva col primitivo metodo di Talbot dello sviluppo ad annerimento diretto, ossia l’annerimento alla luce (nel classico torchietto di stampa, a contatto con l’immagine negativa o calotipo) del foglio di carta sensibilizzato con cloruro di sodio e nitrato d’argento. Raramente e solo in caso di desiderio di ottenere risultati particolari, il positivo veniva col sistema del calotipo ossia con l’annerimento per mezzo dello sviluppo.

Verso il 1850 Louis Blaquart-Evrard  aveva messo a punto un nuovo metodo calotipico che modificava il suo “procedimento umido”, spalmando la carta con siero di latte ed albume,  in modo che la carta sensibilizzata potesse venire impiegata asciutta e quindi preparata in anticipo, a scapito però di una certa perdita di sensibilità. Procedimento simile, ma semplificato per l’annerimento diretto, fu da lui provato anche per la carta da stampa dei positivi, ossia preparava la carta con una soluzione di cloruro di sodio sciolta in  albumina ed acqua in luogo della classica soluzione di NaCl ed acqua. Tale procedimento B-E lo descrive la prima volta il 27 marzo 1850 alla Accademie des Sciences di Francia e quindi in seguito viene incluso nel trattato di LeGray nel 1852 e nel Photography Manual del 1853 di Robert Hunt. Thomas Sutton lo descrive nel suo “The calotype process” del 1855 e lo confronta sia con il sistema tradizionale senza albumina che con il procedimento a sviluppo di Blanquart-Evrard (chiamato “French violet tints”). In seguito, ogni altro trattato di fotografia lo incluse fino a divenire, dopo il 1855, più utilizzato del procedimento privo di albumina, detto comunemente alla carta salata (cfr. Barrewil et Davanne, 1861, p. 258).

Il primitivo procedimento all’albumina peraltro non è che il procedimento alla carta salata al quale viene aggiunto – nel tempo sempre in maggior quantità – l’albume all’acqua che solubilizza il cloruro di sodio o d’ammonio.

Le prime carte che contenevano albumina (circa 25-50%) sono da intendersi come carte salate leggermente albuminate o albuminizzate (lightly albumen diluted print) o carte salate albuminate (albumen diluted print), conservano in parte  l’aspetto opaco della carta salata ma tendono a rilevare il lucido dell’albumina specialmente nelle zone più chiare. Aumenta la possibilità di vedere lo specchio d’argento. Al microscopio si vede ancora l’argento metallico legato in buona parte alla fibra della carta ed al di sopra si percepisce lo stato più lucido dell’albumina. Le stampe presentano indubbiamente una maggiore profondità tonale. La colorazione varia dal rossiccio al bruno, a seconda del viraggio che ora inizia a venire utilizzato.

Poi man mano che veniva aumentato il dosaggio dell’albume nella soluzione di salatura (fino all’utilizzo dell’albumina pura) la carta diviene leggermente lustra per poi divenire completamente lucida; i sali d’argento a questo punto vengono sempre meno incorporati nella fibra della carta in quanto essendo la soluzione sempre più povera di acqua (o l’assenza dell’acqua) gli stessi non penetrano più nelle fibre stesse ma restano inglobati nella soluzione adesiva di albumina che si coagula sulla carta stessa creandone un leggero strato superficiale (carta a due strati) ottenendo una notevole la finezza della stampa.

L’aspetto che la superficie albuminata dà all’immagine, che ingloba nella sua sospensione adesiva i sali d’argento, è di maggior profondità e di un notevole aumento la scala tonale; un altro vantaggio è dato dall’ampio intervallo delle “densità riflesse” mantenendo sia i contrasti che la morbidezze. La differente qualità tonale fu la causa per cui si incrementò sempre in maggior misura il volume dell’albume nella soluzione di salatura della carta. Inoltre tramite il viraggio all’oro, o altri similari, si potevano ottenere effetti cromatici particolarmente adatti alla sintassi dell’immagine. Il passaggio dal positivo su carta salata a quello su carta albuminata avvenne anche grazie alla volontà, per molti fotografi, di modificare la sintassi dell’immagine; per questa ragione alcuni fotografi, più tradizionalisti o più legati ad una immagine pittorica-impressionistica, preferirono utilizzare la carta salata per molti anni ancora mentre altri, più innovativi e modernisti, fecero uso immediatamente della tecnica all’albumina e spesso associandola con la lastra al collodio umido.

 

Le prime carte all’albumina (ancora tra la fine del ’50 e d i primi anni del ’60), sono estremamente sottili, in seguito tendono ad ispessirsi ma in ogni caso non raggiungono mai il peso delle prime carte salate.

 

La preparazione della carta albuminata era simile a quella della carta salata ma in più subiva, alla fine del trattamento, un viraggio che ne dava la tonalità finale, a volte a scapito della durata nel tempo. Il viraggio divenne necessario poiché, diversamente da quello che succedeva con le carte salate, la presenza di albume creava una reazione con l’argento facendo assumere alla stampa una colorazione poco gradevole.

 

Procedimento per la preparazione della carta salata albuminizzata (secondo Thomas Sutton, 1855):

Si utilizza una buona carta collata (tipo la Canson) il cui formato dovrebbe essere leggermente più piccolo del calotipo da riprodurre. Si prepara quindi la soluzione di salatura con acqua distillata (50%) bianco d’uovo (50%) e cloruro di sodio o cloruro d’ammonio (quest’ultimo è anche consigliato in quanto meno deliquescente).

Sbattere a neve i bianchi d’uovo con l’acqua ed il cloruro con una forchetta di legno o d’argento (ma non di ferro); coprire e lasciar decantare  per 24 ore; filtrare la soluzione facendo attenzione a non formare delle bolle d’aria sulla superficie della stessa; far galleggiare la carta nella soluzione per soli 10 secondi quindi estrarla ed appenderla per asciugarla. Un maggior tempo di flottazione della carta nella soluzione di salatura curiosamente diminuisce il grado smaltatura della carta. Quando è asciutta la carta può essere riposta in una cartellina per parecchio tempo, al riparo dell’umidità. Alcuni fotografi consigliano di mettere i fogli di carta albuminizzata, uno alla volta, in mezzo a due fogli di carta velina e passare sopra un ferro da stiro moderatamente caldo in modo da coagulare l’albumina.

La sensibilizzazione della carta salata deve avvenire in ambiente di luce attinica: disciogliere in acqua distillata il nitrato d’argento e  - se si vuole - l’acido acetico glaciale. Posare la carta, faccia in giù per almeno 5 minuti quindi levarla e porla ad asciugare (lo stesso identico processo viene fatto sia per la carta semplicemente salata che per quella albuminizzata). Una volta perfettamente asciutta riporla in una cartellina, sempre al riparo dalla luce. Il tempo di conservazione dovrebbe essere di circa una settimana, anche più nel caso che l’acido acetico (che funge da conservante) sia stato utilizzato nel giusto dosaggio. L’acido acetico ha anche l’effetto di aiutare la coagulazione dell’albume e, secondo l’opinione di Sutton, anche di migliorare il tono dell’immagine dando una piacevole colorazione più grigia in luogo della meno gradevole giallo-verde.

L’esposizione avviene nel classico torchietto da stampa e, come per la carta salata, deve essere fatta per un tempo maggiore a quello che sembra corretto (sovraesposizione) giacché in fase di lavaggio l’immagine tenderà a schiarire.

Avvenuta l’esposizione, che può essere fatta sia alla luce del sole che alla luce artificiale, è solo questione di tempo, si rimuove la stampa dal torchietto e la si immerge nel bagno di fissaggio a base di iposolfito di sodio per 10 minuti, durante questa operazione l’immagine perde tonalità per cui se correttamente sovraesposta in precedenza assume ora la sua giusta esposizione; quindi si passa al bagno di viraggio (toning bath), la cui formula può variare a seconda del desiderio del fotografo. Rimarrà in questo bagno per il tempo necessario ad assumere la tonalità voluta, potrà restare immerso da 30 minuti fino a 6 ore; si passa ora ad un primo lavaggio in acqua normale e poi la si immerge ancora nel fissaggio per pochi minuti. Infine si fa il lavaggio finale in acqua abbondante, corrente o ricambiata diverse volte dove dovrebbe restare immersa per almeno 24 ore in modo da perdere ogni traccia di iposolfito, causa di ingiallimenti entro breve tempo. Dopo l’accurato lavaggio si fa asciugare l’immagine sotto dei pesi in maniera che resti piana quando asciutta.

 

 

Positivo  - (Carta salata) con verniciatura finale all’albumina diluita.

Intorno agli anni 1853-55 divenne anche abbastanza consueto trattare la stampa - realizzata col sistema della carta salata - con una soluzione di albumina. La stampa, appena tolta dall’ultimo bagno di lavaggio, ancora bagnata dunque, poteva venir spennellata con  una soluzione al 50% di acqua ed albume. In tal modo, asciugandosi,  la superficie della fotografia prendeva quell’effetto semilucido della carta albuminizzata ed aumentava la profondità tonale. Col tempo però questo tipo di trattamento cristallizzava e formava un craquelé  superficiale sull’immagine, oggi abbastanza facile da riconoscere.

 

 

 

 

Positivo – (Carta salata) procedimento di Blanquart-Evrard (dal 1851) con sistema a sviluppo.

La carta (normalmente di marca inglese perché già collate con gelatina animale) viene preparata in una soluzione di gelatina animale, ioduro e bromuro di potassio. La si sottopone asciutta ai vapori di acido cloridrico diluito (che ne darà poi una colorazione marrone-rossiccia, diversamente la copia sarebbe divenuta grigia scura simile ad un negativo calotipico) e quindi sensibilizzata per immersione in un bagno di nitrato d’argento. Una volta asciutta la si pone nel telaio da stampa (torchietto) pressata assieme al suo negativo ed esposta alla luce solare per alcuni secondi; quindi viene sviluppata in locale oscurato (camera oscura) immergendola per una ventina di minuti in una soluzione satura di acido gallico. In seguito la prova viene lavata, fissata, rilavata e virata con cloruro d’oro o anche con “sel d’or” ed ancora lavata per diverse ore. Il vantaggio delle stampe a sviluppo di Blanquart-Evrard era dato dalla molto maggiore stabilità nel tempo e dal bel colore marrone rossiccio vellutato - French violet tints le definiva Sutton - ottenuto. Inoltre, pur non contenendo albumina, le stampe di Bancart-Evrard posseggono una buona profondità e trasparenza e sono assenti del riflesso lucido.

B-E aveva tenuto segreta la sua formula per cui sia LeGray che altri fotografi tentarono di imitarla. Sutton, nella sua opera citata, dava una formulazione personale per ottenere stampe di tale qualità e tonalità; la sua formula si discostava abbastanza da quella originale (mancava ad esempio l’esposizione ai vapori di HCl diluito ma il risultato ottenuto sembra fosse assai simile.

 

 

Positivo – (Carta salata) procedimento con sistema a sviluppo di altri autori.

Alla fine degli anni 50 diversi fotografi trovarono metodi validi per ottenere delle prove positive utilizzando il sistema a sviluppo che avevano il vantaggio di essere più resistenti ed avere un’ottima tonalità. Il metodo ideato dal Visconte Vigier, che utilizzava due soluzioni separate per ottenere ioduro d’argento che veniva poi addizionato al ioduro di potassio, venne molto apprezzato poiché egli otteneva immagini di un bel bruno intenso e ricchi di dettagli anche con negativi sottoesposti.

Gustave LeGray proponeva un metodo che utilizzava lo ioduro d’ammonio sensibilizzato con acetonitrato d’argento e sviluppato con una soluzione satura di acido gallico. Il viraggio dava poi la colorazione che andava dal ruggine al nero.

Infine H. Bayard proponeva un suo procedimento un poco più complesso ma che poteva venir impressionato alla luce artificiale (lampada Carcel).

 

 

Note:

Davanne e Barreswill, nella terza edizione del 1861 del loro trattato di Chimica Fotografica (pp. 108-109) parlavano ancora del procedimento calotipico (o meglio il sistema di LeGray del papier ciré sec) e lo consigliavano al turista ed all’artista che vuole riprendere delle immagini come promemoria, senza esigere l’estrema finezza dei dettagli.  Consigliavano altrimenti ancora il sistema della lastra albuminata per ottenere vedute con una grande finezza di dettagli ma mettono avvertono che tale sistema, oltre ad essere più difficile e complicato è anche molto più ingombrante per il escursionista. Il collodio umido viene consigliato specialmente per il ritratto. Ciò testimonia che ancora all’inizio degli anni 60 il processo del negativo di carta era ampiamente utilizzato.

I due chimici, trattando l’argomento della stampa positiva delle prove, illustrano in primis il procedimento per la preparazione della carta salata e poi ne descrivono l’addizione dell’albumina alla soluzione, in funzione del risultato che si vuole ottenere, specificando però che la tendenza attuale ( siamo nel 1861) è quella di usare la carta parzialmente o totalmente albuminata (la quale può essere anche acquistata già preparata).

 

Marco Antonetto  - Lugano, 20/08/2007 


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